domenica 20 marzo 2011

le esplosioni di mercato nei tuoi pantaloni.

addirittura devono esistere i tuoi sosia, sugli autobus tornando dal mec che mi guardano dietro gli occhialini rotondi come facevi tu, e in spiaggia a torso nudo, che si spostano i capelli dagli occhi come te e che si mettono le mani sui fianchi come te. e che stanno nel posto dove i monti ci proteggievano. 
quel silenzio fisico e polveroso di quelle lunghe pause ingiustificate che filtravano tra i suoi saluti e il tardivo, morbido, riattaccare.

quella che riempie i vuoti

Sono quella che riempie i vuoti a quanto pare e non mi dispiace nemmeno come ruolo [...]
E li riempio, mi ci tuffo dentro, ai vostri. E magari ci riesco anche. Ma i miei rimangono lì.

Io aspetto qualcuno che riempia me.
voglio avere la nausea da tanto che mi sento piena e non da tanto che ho lo stomaco vuoto.


venerdì 11 marzo 2011

sono esattamente il tipo di persona che lascia le riviste aperte non a caso, ma in modo che gli altri leggano quella pagina, ma regolarmente quella pagina viene girata senza essere letta.

mercoledì 9 marzo 2011

capita raramente

ma le giornate in cui non penso 'vorrei morire' sono quasi carine

Salire sul letto a castello da ubriachi è un'impresa.

Parlare senza esplicare il soggetto, come se non fosse poi palese.
Tornare a casa ubriaca e vederci male, come quella volta, e mandare messaggi privi di punteggiatura, come quella volta, ma questa volta non a te.


sabato 5 marzo 2011

Non ho più voglia di essere quella che non scappa, che resta, che c'è.
Seriamente, mi sono rotta le palle
me ne vado
e vi lascio.

venerdì 4 marzo 2011

chiuso fra le pagine di una moleskine ma aperta a chiunque voglia (spero nessuno)

E' che a sedici anni non ti resta che camminare su fili di corrente elettrica per sentirti viva e non trovi mai chi attacca la spina. Allora cerchi le rose, ma ovviamente non le trovi perchè tutti i cancelli sono chiusi (o si sono appena chiusi) e hai perso le chiavi (o qualcuno te le ha sfilate dalle tasche). Ma i cancelli, li abbiamo chiusi anche con i sorrisi (i miei) e con cose che non sarebbero mai state restituite perchè "tanto ci rivediamo". E poi sì, ci rivediamo ma facciamo finta di non vederci. Ma i cancelli venivano chiusi dopo un po' di tempo, perchè aspettavi me, che correvo via. Ma i cancelli, non riuscivo ad aprirli, inizialmente, e dovevo stare attenta che altrimenti uscivano i cani. Ma li aprivi tu (o insieme) a volte.
Quello invece, quel giorno, era aperto come tutti i giorni e non per l'occasione speciale. Ma i cancelli si aprivano sui ponti che passavano sopra alle amarene che cercavi di prendere e le volte dopo non c'erano più. I cancelli ascoltavano i nostri saluti goffi e anoressici e ti riempivano di canzoni che volevi regalarmi e io dicevo "dedicare" e tu ribadivi "regalare".
Fosse questione di cancelli.
Fosse questione di rose (per rimediare ai girasoli), di spine.
Di spine
di spine,
di corrente elettrica
di sedici anni (che i vuoti sono miei e non tuoi, che i tuo(n)i tieniteli grazie). Che se abbraccio forte lei è perché spero che la parte di acido deossiribonucleico che hai anche tu ti mandi il calore che le ho dato, ma no, lei ti parla dei miei abbracci, ma non del profumo del mio bucato che ti mancava, dicevi.
Oppure vivi. Ma trovalo un modo facile quando si stancano (di te) e ti stanchi e ti stanchi di stancarti. Trovali altri due occhi dopo che li hai persi, bruciati ancora senza toccare il fuoco, nelle autostrade, tornando da tramonti senza macchine fotografiche, il nonno e il bambino che giocavano sull'altalena. Quando le teste non si vedevano più, perché basse, e le bocche insultavano il passato e non si accorgevano del fatto che qualcuno stesse dormendo. E poi il vuoto, i terrazzi freddi e i letti(sotto) e le coperte messe sopra i corpi morti come se in qualche modo potessero ancora scaldarli.
Non ricordare: è così che succede e poi il giorno prima muori e poi il giorno dopo chiedi e poi un giorno come questo, freddo ma riscaldato (da frasi scritte da qualcuno vicino a queste pagine), le metti per iscritto.
E i detti che non reggono e le spine
le spine
e le corone (ma più che altro le spine).
I petali che facevano la muffa nelle scatolette di qualche signore che perdeva i propri anelli inventando filastrocche che qualcuno che hai deluso ti invoglia a leggere, ma fa i paragoni, ancora una volta.
E anche se cercavi fra la gente le persone (me) e dicevi di averle viste non significa niente. E io nel frattempo avevo già capito tutto ma nel retro dicevo comunque "finalmente!". E ora che ci penso era davvero finalmente, e le spine (ti ho cancellato per sbaglio). Lei voleva le pesche e costavano venticinque centesimi se non erro, forse ventisei, le compravi ed erano le più buone del mondo e tornerei solo per quello. Ma c'è ancora l'albero di rame con i rami verso il cielo sul comò e non credo riuscirei a dormire, ci si cade
ci si cade
peggio che dalle finestre aparte sulle discariche, estintesi il giorno dopo, e le spine, si c'erano anche quelle, nelle discariche degli altri però (o nei giardini). Ma dove vuoi che vada (senza) cosa vuoi che faccia se non sentivo cadere e cadevo io, ma ci sono i tappeti (ma la mia pelle è brava a raggiungere il pavimento congelato).
E le spine
portate via dal fiume e l'acqua alle caviglie.

giovedì 3 marzo 2011

un letto di fiori

stavo leggendo il titolo di questo blog e pensavo che i fiori non erano profumati ma il letto sì, e andava bene.
ma oggi piove e ho sempre più freddo
ed è triste che soltanto dormendo con un piumone e quattro plaid riesca a sentirmi un poco a casa.